L. M.
La Lettera G n.9 - 2008
Dalla parte della Sfinge: René Guénon
Uno dei vantaggi di rivolgersi a un numero di lettori tutto sommato abbastanza contenuto è di finire, prima o poi, per conoscere una buona parte del proprio «pubblico». Spesso la corrispondenza indirizzata alla redazione contiene spunti interessanti, occasioni per approfondire argomenti che si tenderebbe a dare per scontati più per superficialità che per effettiva comprensione. Nella stragrande maggioranza dei casi l’attitudine dei corrispondenti è, ovviamente, di condivisione rispetto ai contenuti della rivista, ma non mancano casi di dissenso, o anche di aperta contestazione di quanto si va scrivendo su queste pagine.
Un esempio di questo secondo tipo di disposizione ci è stata recentemente mostrata da un lettore che, non senza un’apprezzabile franchezza, ha rimproverato ai redattori della rivista la «rigida ortodossia guénoniana» che li caratterizzerebbe, aggiungendo che essa costituirebbe a suo parere un «ostacolo capace di bloccare qualsiasi progresso nella via iniziatica [!], perché ogni massone deve essere, prima di tutto e in cuor suo, un eretico come lo furono i nostri antenati gnostici, catari e templari». Queste critiche, a nostro parere, non fanno che portare all’estremo alcuni pregiudizi su René Guénon ben presenti e radicati sia all’interno sia all’esterno della Massoneria, pregiudizi che del resto accompagnano la diffusione dell’opera di tale autore da parecchi decenni e che furono formulate, in termini non dissimili, anche all’indirizzo della «Rivista di StudiTradizionali» 1 . Non ci sembra dunque fuori luogo esaminarle più da vicino, in particolare per cercare di cogliere, al di là delle valutazioni e delle opinioni più o meno episodiche su questo o quel testo, quali siano le ragioni di fondo di tale grave incomprensione della natura e della portata dell’opera di R. Guénon e dei suoi rapporti con la Massoneria.
Per cominciare vorremmo cercare di fare un po’ di chiarezza su una coppia di termini antitetici che paiono preoccupare molto alcuni critici del punto di vista tradizionale: ortodosso ed eterodosso. Etimologicamente ortodossia non significa altro che «retta opinione», dall’unione delle parole greche orthòs e dòxa ; il suo contrario, eterodossia, significa invece «diversa opinione», per la sostituzione di teros a orthòs, e dunque «opinione non retta». E se ci limitassimo a ciò, risulterebbe difficile comprendere come sia possibile farsi vanto della propria «eterodossia», come invece avviene oggi non di rado anche al di fuori dell’ambito massonico.
Se ciò avviene, è evidentemente a causa della sfortunata storia del termine «ortodossia» in Occidente, che richiama prassi, del tutto slegate da preoccupazioni di ordine intellettuale, volte all’affermazione di una sorta di «pensiero unico». Tuttavia, per tornare alle critiche del nostro corrispondente, è evidente che esse non hanno alcun rapporto con il punto di vista espresso da R. Guénon, il quale, anzi, ha dedicato migliaia di pagine alla dimostrazione dell’unità essenziale di tutte le tradizioni, ciascuna vista come legittimo adattamento dei princìpi metafisici alle diverse condizioni di epoca e di luogo. Dal punto di vista tradizionale, quindi, più che di «ortodossia» si dovrebbe a buon titolo parlare di «ortodossie», di diversi punti di osservazione della realtà, tutti legittimi e tutti ispirati dai medesimi princìpi di ordine trascendente: poiché, anzi, già l’idea di porre un limite alle possibili formulazioni della Verità rappresenta, dal punto di vista tradizionale, una tipica manifestazione di eterodossia.
Quanto poi al termine «eresia», esso, dal punto di vista etimologico, non significa che «scelta», haìresis, e dunque non è possibile considerarlo sinonimo di «eterodossia» se non ritenendo che ogni «scelta» debba necessariamente essere considerata «eterodossa» solo perché potenzialmente in contrasto con una millantata «ortodossia unica». E se dunque la Massoneria ha rappresentato il «centro d’unione» in cui sono confluite le eredità di molteplici correnti iniziatiche considerate «eretiche», essa lo è stata anche perché tali dottrine, pienamente ortodosse, erano minacciate dal dilagare di un’eterodossia negatrice e distruttiva che tentava di conseguire un illegittimo «monopolio della verità». A voler ben vedere poi, anche nel caso della parola «eresia», l’uso che la contrappone a «ortodossia», basato sul fatto che nei testi cristiani in lingua greca ha presto assunto il significato di fazione, setta, dottrina sbagliata, può essere considerato piuttosto fuorviante: da un lato infatti ogni possibile ortodossia, ovvero «retta opinione», non può essere compresa al di là di un livello molto elementare se non sulla base di un’attitudine profondamente «eretica», di una «scelta» interiore di carattere intellettuale non basata sulla mera imitazione di presunte «autorità» esteriori o sulle suggestioni diffuse nell’ambiente in cui si vive; e dall’altro accettare un’idea senza esaminarla, e quindi in definitiva «sceglierla» 2 , rappresenta, se non già una manifestazione certa di eterodossia, almeno un sicuro viatico verso la cecità intellettuale.
Capiamo bene che a molti queste considerazioni parranno poco digeribili, capaci come sono di scontentare tutti per non adattarsi a nessuno dei pregiudizi su cui riposa da tempo l’intellettualità occidentale; ma l’argomento cui dobbiamo passare ora lo è forse ancora di meno. Infatti, al di là delle questioni legate al significato di «ortodossia» e di «eresia», c’è qualcos’altro che c’impedisce di accettare l’etichetta di «ortodossia guénoniana»: René Guénon.
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Pare strano, nell’era della «comunicazione globale» e della ricerca della «visibilità» a tutti i costi, parlare di un autore che non solo non rivendicò mai l’originalità delle sue idee, ma addirittura negò recisamente a più riprese di aver espresso idee che potessero definirsi come «sue». Eppure R. Guénon proprio così spiegava l’origine delle sue opere: «[…] di per se stessa, la provenienza di un’idea è indipendente dagli uomini che l’hanno espressa sotto questa o quella forma; […] peraltro, siccome non abbiamo la pretesa di aver assimilato da soli e senza nessun aiuto le idee che sappiamo esser vere, crediamo sia bene dire da chi esse ci sono state trasmesse, tanto più che in tal modo possiamo indicare ad altri in quale direzione possono dirigersi per trovarle a loro volta» 3 .
Del resto l’attitudine impersonale di R. Guénon in campo intellettuale trovò sempre puntuale riscontro nella sua prassi: pressoché tutti i suoi primi scritti furono pubblicati sotto altro nome, abitudine cui dovette rinunciare suo malgrado per ragioni essenzialmente pratiche. Con uno di tali nomi, La Sfinge, riuscì a far pubblicare su una rivista antimassonica una serie di studi sulla storia della Massoneria che ancora oggi rappresenta un’importante fonte di documentazione per gli studiosi e un’affascinante presentazione dell’Istituzione.
Ma anche quando fu «costretto» a pubblicare i suoi scritti «in chiaro», non per questo rinunciò a mantenere il più stretto riserbo su tutto ciò che riguardava la sua vita privata, per motivi che lui stesso ebbe a spiegare in questi termini: «Preghiamo i nostri lettori di prendere nota che è inutile chiederci informazioni “biografiche” su noi stessi, dal momento che nulla di ciò che ci riguarda personalmente appartiene al pubblico, e che del resto queste cose non possono avere per nessuno il benché minimo interesse vero: solo la dottrina conta, e di fronte a essa le individualità non esistono» 4 .
Queste parole potranno sembrare letteralmente «cose dell’altro mondo», in un’epoca in cui la corsa ad apparire e il culto della personalità paiono i pilastri su cui si regge l’intero ordine sociale. E, tuttavia, non possiamo dimenticare che questa è la regola di tutte le organizzazioni iniziatiche, Massoneria compresa: di fronte alla funzione, l’individualità scompare. Dopo la morte di R. Guénon diversi biografi cercarono d’infrangere il muro di riservatezza che circondò la sua vita, spesso purtroppo supplendo con la propria fantasia alle inevitabili lacune della scarna documentazione disponibile.
Questi sono comunque alcuni dati certi. René Guénon nasce a Blois, in Francia, il 15 novembre 1886.Trascorre in questa città un’infanzia e un’adolescenza in tutto normali, fino al baccellierato in lettere e filosofia. Nel 1904 parte per Parigi, per seguirvi un corso accademico di matematica superiore presso il collegio Rollin. Nel frattempo frequenta gli ambienti spiritualisti della capitale, entrando fra l’altro in contatto con esponenti del sufismo, del taoismo e dell’induismo, ed è ricevuto dalla Loggia massonica Thébah, dipendente dalla Grande Loge de France, Rito Scozzese Antico e Accettato. Nel 1909 fonda la rivista «La Gnose», dove appariranno, nel corso dei tre anni di pubblicazione, diversi articoli sulla Massoneria e le prime stesure di alcune delle sue più importanti opere, come Il simbolismo della Croce, L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta e I princìpi del calcolo infinitesimale. Nel 1912 sposa a Blois la signorina Berthe Loury, che morirà prematuramente nel 1928. Nel 1921 pubblica il suo primo libro, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, cui seguiranno altri 27 volumi tra opere originali e raccolte postume di articoli pubblicati in riviste specializzate. Nel 1930 parte per Il Cairo dove si stabilirà definitivamente, sposando nel 1934 la figlia dello Sheikh Mohammed Ibrahîm, dalla quale avrà quattro figli. Muore nel 1951 5 .
Dal punto di vista intellettuale non vi è dubbio che R. Guénon fu debitore delle dottrine orientali del taoismo, dell’induismo e del sufismo, cui non mancò di attribuire l’origine delle idee che esprimeva nei suoi libri. Tuttavia, dal fatto che durante la sua permanenza in Egitto egli vestisse all’orientale e praticasse pubblicamente i riti islamici, alcuni hanno voluto vedere in lui un musulmano “convertito”. In realtà R. Guénon fu ricollegato al sufismo, e probabilmente anche ad altre forme esoteriche orientali, fin dai suoi primi anni di permanenza a Parigi, e il fatto che egli praticasse al Cairo i riti islamici può essere facilmente spiegato dalle parole con cui lui stesso descriveva coloro che hanno raggiunto un elevato grado di sviluppo spirituale: «[essi] possono adottare esteriormente questa o quella forma tradizionale secondo le circostanze e per ragioni di cui sono i soli giudici […]. Costoro sono, in virtù dello stato che hanno raggiunto, al di là di tutte le forme, di modo che per loro tutto ciò non sono che apparenze esteriori, le quali non potrebbero assolutamente toccare o modificare la loro realtà intima; essi hanno, non soltanto compreso […], ma pienamente realizzato, nel suo stesso principio, l’unità fondamentale di tutte le tradizioni» 6 . E del resto, a voler ben vedere, R. Guénon in Egitto non fece altro che seguire la regola dei Rosacroce di «adattarsi dovunque agli usi, costumi e modo di vestire del paese in cui ci si trova» o, in altri termini, l’obbligo che incombeva sugli Antichi Massoni di «essere in ogni Paese della religione di tale Paese o Nazione, quale essa sia».
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A questo punto, mostrato oltre ogni ragionevole dubbio quanto sia sbagliato credere all’esistenza di una presunta «ortodossia guénoniana», resta aperta la questione dei rapporti di R. Guénon con la Massoneria, e del legame tra essa e ciò egli chiamava l’«Oriente».
Ma prima di tutto dobbiamo chiederci: cos’è l’Oriente cui si riferisce R. Guénon? Se ci poniamo dalla prospettiva più profonda esso è essenzialmente l’Oriente simbolico, cioè il luogo da cui proviene la Luce, simbolo della conoscenza che deriva dall’intellettualità pura: e poiché tale intellettualità fa tutt’uno con lo Spirito universale, è chiaro che da tale punto di vista non abbia molto senso distinguere tra un «Oriente» e un «Occidente». Tuttavia, nel campo delle contingenze, egli constatò il venir meno, in Occidente, di quel ruolo di guida dell’intellettualità che costituisce la base per lo sviluppo di una civiltà normale, e dunque la necessità «non d’imporre all’Occidente una tradizione orientale, con forme che non corrispondono alla sua mentalità, ma di restaurare una tradizione occidentale con l’aiuto dell’Oriente» 7 .
Dal momento che il superiore non può provenire dall’inferiore, è naturale che quest’opera non possa avere alcun rapporto con ciò che potremmo chiamare i «residui» exoterici delle forme tradizionali orientali, né tantomeno con l’esotismo a buon mercato che caratterizza così spesso l’interesse degli occidentali per le civiltà diverse dalla propria: e se riflettiamo sul fatto che l’«aiuto dell’Oriente» cui si riferiva R. Guénon consiste in definitiva nel ritorno alla luce di quei princìpi metafisici che costituiscono il cuore più interiore e profondo di tutte le tradizioni, ci pare di non essere molto distanti dalla verità affermando che l’essenziale di esso sia oggi costituito proprio dalla sua opera, nella quale tali princìpi, da lui assimilati in Oriente, sono «tradotti» in un linguaggio comprensibile all’Occidente.
Più o meno le stesse considerazioni possono valere per interpretare correttamente l’auspicio di «restaurare una tradizione occidentale» espresso nel passo sopra citato: se ciò che è esteriore deve derivare da ciò che è interiore, l’apporto essenziale di tale restaurazione non può che provenire da ciò che possiede ancora un’origine tradizionale autentica e una trasmissione iniziatica reale, e per R. Guénon le uniche organizzazioni diffuse attualmente nel mondo occidentale a mantenere tali caratteristiche sono la Massoneria e il Compagnonaggio. Proprio per tali ragioni riteniamo assai improbabile che sia stato «casuale» il fatto che Guénon abbia dedicato alla Massoneria, oltre a centinaia di pagine della sua opera scritta, notevoli sforzi sul piano pratico, con l’obiettivo di favorire la diffusione nelle Logge di un’attitudine centrata sulla ritualità, sul simbolismo e sulla realizzazione iniziatica.
Potrà stupire il fatto che tali conclusioni, apparentemente lampanti una volta che si sia oltrepassato lo schermo del pregiudizio anti-iniziatico, siano restate lettera morta per molti lettori di Guénon, mentre suoi assai presunti discepoli fantasticavano di una improbabile «islamizzazione» dell’Europa piuttosto che di altrettanto chimeriche resurrezioni di un esoterismo cristiano sottoposto alla «suprema autorità pontificia». Se ciò è avvenuto, forse, è perché troppi si sono accontentati di un approccio esteriore, o per meglio dire «exoterico», alla sua opera, lasciandosi irretire o spaventare (secondo il caso) dal fantasma di un’immaginaria «ortodossia guénoniana », senza riflettere sul fatto che i princìpi espressi da tale opera dovevano essere applicati, prima di tutto, alla ricerca di una chiave di lettura coerente per le indicazioni pratiche che conteneva.
Può darsi sia giunto finalmente il momento perché il seme costituito dall’«aiuto dell’Oriente» possa riuscire a svilupparsi nel suo terreno d’elezione, ovvero la Massoneria? Per rispondere affermativamente dovremmo ritenere che vi sia ancora, tra i Massoni d’oggi, qualcuno che sappia essere abbastanza coraggioso da trarre dall’opera di R. Guénon quel sostanzioso midollo che può gustare solo chi abbia la capacità di rompere l’osso della «lettera che uccide», passando dall’opinione dei molti all’«eresia» della conoscenza. Ma c’è qualcuno che sappia ancora collocarsi, anche solo per istinto, dalla parte della Sfinge, e comprendere che per quanto la sua scelta appaia solitaria ed enigmatica, humanum paucis vivit genus?
- Ad esempio da parte di Julius Evola, che qualificava gli scritti di tale rivista con l’assurda espressione «scolastica guénoniana». ↩
- Va inteso che tale «scelta», quando riguardi questioni attinenti all’aspirazione iniziatica, non costituirà che il riflesso visibile sul piano individuale dell’«elezione», poiché «non si sceglie la via, è la via a scegliere». Sarà, per così dire, l’equivalente della «scelta» che si chiede al recipiendario tra il sottoporsi alle prove iniziatiche o rinunciare all’iniziazione. ↩
- R. Guénon, Oriente e Occidente, Luni Editrice, Milano 1993, «Intesa e non fusione». ↩
- R. Guénon, Le Théosophisme, histoire d’une pseudo-religion, Éditions Traditionnelles, Paris 1986, p. 455. ↩
- Cfr., per approfondimenti, P. Nutrizio, «Vita semplice di René Guénon?», in «Rivista di Studi Tradizionali», n. 19, Aprile-Giugno 1966. ↩
- R. Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale, Luni Editrice, Milano 1997, «Sulle “conversioni”». ↩
- R. Guénon, Oriente e Occidente, cit., «Intesa e non fusione». ↩
