«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia», disse ’l maestro, «che l’andare allenti? che ti fa ciò che quivi si pispiglia?»

Dante, Purg., V, 10-12.

 

Prima di addentrarci nell’argomento che ci proponiamo di affrontare, ci pare opportuno rilevare come il presente studio e i due successivi – «Lo sviluppo della ragione» e «L’intuizione intellettuale» – formino un insieme che presenta diretti rapporti con le fasi stesse del processo iniziatico, il quale, com’è noto, procede metodicamente per gradi successivi dall’«esterno» verso l’«interno». Dev’essere inteso, del resto, che le considerazioni che seguono, dato l’oggetto eminentemente sintetico cui si applicano, non possono avere carattere sistematico 1 . E ciò in conformità all’insegnamento muratorio, secondo il quale la Massoneria non pone «alcun limite alla ricerca della verità», per la buona ragione che questa non ha limiti. Non è difficile rendersi conto, d’altra parte, che tale «tripartizione» è riferibile ai primi tre gradi dell’iniziazione massonica: in effetti, essi corrispondono – almeno da un certo punto di vista – alla sgrossatura della «pietra grezza», alla sua successiva levigatura sino a ottenere la «pietra cubica» perfettamente squadrata, e alla finale sovrapposizione a quest’ultima del «coronamento», che rappresenta il compimento dell’«opera» e il vero «capolavoro», ossia la «pietra cubica a punta» 2 .

 

Va da sé che tale opera non può implicare alcunché di meccanico, per dir così, come si è ripetuto più volte su queste pagine. Essa richiede, al contrario, un costante sforzo di sintesi e «integrazione» 3 , essendo a tal fine inefficace un approccio analitico, che non può che condurre a una «dispersione» sempre più spinta. Sulla questione avremo modo di tornare più avanti. Ci limitiamo per il momento a far notare, per concludere questa premessa, che la «tripartizione» cui accennavamo corrisponde pure a una naturale suddivisione e disposizione gerarchica di determinate facoltà presenti nell’essere umano. Per essere esatti, solo le prime due – la sentimentalità e la facoltà razionale – sono comprese in tale categoria, mentre l’ultima, l’intuizione intellettuale, essendo di ordine universale e non più individuale, attiene all’essenza profonda di ogni essere 4 . Aggiungiamo ancora che le prime due, ricadendo entrambe, pur con modalità e ruoli molto differenti, nel dominio «sottile» dell’individualità, riguardano la prima fase del lavoro iniziatico, quella relativa alla «rigenerazione psichica» resa possibile dalla «seconda nascita», conseguenza immediata dell’iniziazione. L’ultima concerne invece la «terza nascita», ossia quella che, col grado di Maestro, consente di accedere al dominio propriamente spirituale o intellettuale 5 .

 

 

Forse qualcuno troverà il titolo del presente studio un po’ sorprendente, se non illogico: come si può parlare di «cognizione» in rapporto al sentimento? Ebbene, secondo Dante, «la maggiore parte de li uomini vivono secondo senso e non secondo ragione, a guisa di pargoli; e questi cotali non conoscono le cose se non semplicemente di fuori, e la loro bontade, la quale a debito fine è ordinata, non veggiono, per ciò che hanno chiusi li occhi de la ragione, li quali passano a veder quello» 6 [corsivi nostri]. In effetti, «conoscere le cose se non semplicemente di fuori» significa limitarsi al baluginio delle apparenze esteriori, senza cogliere alcunché di profondo ed essenziale. Significa, in altre parole, non coglierne la ragion d’essere. Ora, per chi, «come pargolo», si trovi in tale condizione 7 , l’atto del «conoscere» avrà la sembianza e la portata cui lo vincola la predominanza sentimentale, pressoché la sola che egli per l’appunto «conosca» e di cui abbia esperienza. Inoltre, se la sentimentalità è in rapporto col dominio «sensibile» e «vitale» 8 non è senza ragione che il linguaggio unisce strettamente il sensibile e il sentimentale, e pur se occorre evitare di giungere al punto di confonderli, essi non sono che due modalità di uno stesso e identico ordine di cose. La mentalità moderna è quasi unicamente rivolta verso l’esteriore, vale a dire verso il mondo sensibile» (Oriente e Occidente, Luni Editrice, Milano 1993, pp. 69-70). ] , com’è facile constatare, essa dovrà in qualche modo partecipare della sua «mutevolezza» continua: «la vita, considerata in se stessa, è sempre cambiamento, modificazione incessante; è dunque comprensibile che eserciti un fascino così grande sulla mentalità propria della civiltà moderna, il cui carattere più notevole è appunto il cambiamento, del che è facile accorgersi a prima vista, anche contenendosi a un esame del tutto superficiale. Quando ci si trova in tal modo rinchiusi nella vita e nelle concezioni che a questa direttamente si riferiscono, non si può conoscere nulla di ciò che sfugge al cambiamento, nulla dell’ordine trascendente e immutabile, che è quello dei princìpi universali; nessuna conoscenza metafisica è dunque più possibile […]» 9 [corsivi nostri]. Inutile dire che ci si ritrova, in tali condizioni, di fronte a una modalità «cognitiva» estremamente limitata e ingannevole, diremmo la più «oscura» e limitata di tutte, come lo sono del resto le possibilità del dominio sensibile, con tutte le conseguenze che ciò comporta. Coloro nei quali predomini tale tendenza, quindi, si muoveranno all’interno di un orizzonte oltremodo ristretto e «cangiante», dal quale sarà loro ben difficile affrancarsi; per dirla ancora con Dante, «questi cotali [coloro che “vivono secondo senso e non secondo ragione”] tosto sono vaghi e tosto sono sazii, spesso sono lieti e spesso tristi di brievi dilettazioni e tristizie, tosto amici e tosto nemici; ogni cosa fanno come pargoli, sanza uso di ragione» 10 . Di quale «facoltà» si avvalgono, quindi, in maniera preponderante, se non di quella sorta d’«intuizione sensibile» che riveste un ruolo così rilevante in certe correnti del cosiddetto «pensiero filosofico» contemporaneo? Beninteso quest’ultima, date le sue caratteristiche infrarazionali, non può evidentemente avere nulla a che spartire con la vera intuizione intellettuale 11 – di ordine soprarazionale –, la sola che consenta realmente di «conoscere se stessi». Al riguardo R. Guénon si esprimeva nei seguenti termini: «[…] la pretesa intuizione [degli “intuizionisti” alla Bergson] che si modella sul flusso incessante delle cose sensibili, lungi dal poter essere il mezzo di una vera conoscenza, rappresenta in realtà la dissoluzione di ogni conoscenza possibile» 12 . Non è difficile rendersi conto di come, in tali condizioni, si abbia a che fare con un vero e proprio rovesciamento dei rapporti normali, assegnando all’ignoranza il posto che dovrebbe appartenere alla conoscenza. E, se questa attitudine è in fondo inevitabile in chi sia diretto – si fa per dire – da tali tendenze «profane», essa non è, al contrario, giustificabile in chi aspiri a svincolarsi da tale condizione. A fortiori, lo sarà ancora meno in chi abbia avuto accesso a una via iniziatica come quella massonica: questi dovrà sforzarsi «senza tregua» di non subire passivamente tale stato di cose 13 . Non parliamo qui della questione di fatto, prevedibile per chi si trovi a compiere i primi passi sulla via massonica, ma piuttosto della questione – diciamo così – di diritto: intendiamo dire che anzitutto occorre prendere coscienza del fatto che, per quanto comune, non si tratta affatto di una condizione normale, poiché tale normalità prevede la subordinazione gerarchica, secondo la loro importanza, di tutte le facoltà dell’essere umano, assegnando in maniera adeguata il posto e il ruolo che compete a ciascuna di esse. È abbastanza comunemente sperimentabile, d’altronde, come l’influenza della sentimentalità sia di ostacolo alla comprensione, anche quando quest’ultima attenga alla sola razionalità, quindi a una facoltà che, pur appartenendo ancora alla sfera individuale, si pone al vertice di quest’ultima 14 . A maggior ragione, «[...] questa influenza [costituirà] uno dei principali ostacoli alla comprensione di certe cose, persino in coloro che avrebbero peraltro una capacità intellettuale largamente sufficiente per pervenire senza pena a tale comprensione; gli impulsi emotivi impediscono la riflessione [...]»15, contenuta allegoricamente nel sentimento del settimo cieco, deriva dal fuoco dell’affezione, onde alcuni si fanno impotenti e inabili ad apprendere il vero, con far che l’affetto precorra all’intelletto. Questi son coloro che prima hanno l’amare che l’intendere: onde gli avviene che tutte le cose gli appaiono secondo il colore della sua affezione; stante che chi vuole apprendere il vero per via di contemplazione, deve essere ripurgatissimo [purificato da ogni prevenzione degli affetti e da ogni pregiudizio da essi nascente] nel pensiero […]. Per questo è da dire che gli affetti sono molto potenti per impedir l’apprension del vero, quantunque gli pazienti non se ne possano accorgere; qualmente aviene ad un stupido ammalato che non dice il suo gusto amaricato, ma il cibo amaro […]» (De gli eroici furori, II, Dialogo IV, in Dialoghi filosofici italiani, Mondadori, Milano 2000). ] . Dobbiamo a questo punto prevenire una difficoltà almeno apparente, ossia: se colui che si trova in tale condizione, ottenebrato cioè dalle proprie «passioni», è – proprio per ciò – impossibilitato a uscirne, come potrà superare questa sorta di impasse? In altre parole, se la predominanza della parte infrarazionale impedisce e oscura la possibilità di una comprensione più profonda e più vera, con quali mezzi può sperare di svincolarsi da una simile condizione, visto che essi sono attualmente fuori dalla sua portata? Posta in questi termini, la questione non è evidentemente risolvibile. Tuttavia, essa è un po’ troppo schematica e, proprio per questo, trascura a nostro avviso alcuni aspetti essenziali. È vero che, per un «profano», non c’è modo di uscire dalla «gabbia» delle proprie «passioni», intendendo con questo termine tutta l’estensione degli «attaccamenti» individuali: sarebbe per lui, in un certo senso, come cercare di separarsi dalla propria ombra. D’altro canto, fare appello a mezzi che si riferiscano alla cosiddetta «psicologia del profondo» non può che peggiorare le cose, sprofondando l’essere umano in modalità ancora più «caotiche», agli antipodi della vera intellettualità: seguire gli impulsi della parte istintiva o «subconscia» del proprio essere rischia di condurre a ogni sorta di abusi, disordini e deviazioni. In ogni caso, essa ingenera come minimo il grave pericolo di permettere alle possibilità inferiori di svilupparsi liberamente e senza controllo, anziché porre in atto, per dominarle, uno sforzo che è della massima importanza nello stato presente dell’essere considerato. Ed è questo il punto, poiché è chiaro che corre una differenza notevole tra l’essere preda della sentimentalità 16 l’anima nostra, incontanente che nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita entra, dirizza li occhi al termine del suo sommo bene, e però, qualunque cosa vede che paia in sé avere alcuno bene, crede che sia esso. E perché la sua conoscenza prima è imperfetta, per non essere esperta né dottrinata, piccioli beni le paiono grandi, e però da quelli comincia prima a desiderare. Onde vedemo li parvuli desiderare massimamente un pomo; e poi, più procedendo, desiderare uno augellino; e poi, più oltre, desiderare bel vestimento; e poi lo cavallo; e poi una donna; e poi ricchezza non grande, e poi grande, e poi più. E questo incontra perché in nulla di queste cose truova quella che va cercando, e credela trovare più oltre» (Convivio, Tr. IV, cap. XII, 15-16). Persino tale condizione, però, alla lunga e in seguito all’inesorabile «smacco» cui l’individuo si trova sottoposto, può rivelarsi positiva, nel senso che può favorire il distacco dalle cose sensibili e da ciò che si rivela essere soltanto illusorio. ] e degli impulsi irrazionali e lo sforzarsi di fare appello a facoltà di ordine superiore come la ragione, benché quest’ultima non consenta, di per sé, di superare i confini dell’individualità. Ebbene, non è precisamente in virtù dell’iniziazione che è invece possibile, secondo un’espressione massonica – purché siano presenti le qualificazioni richieste che, in definitiva, riguardano la «natura individuale» di ciascuno e le sue «attitudini» 17 – passare dalle «tenebre alla Luce»? Si tratta peraltro di una condizione necessaria 18 l’iniziazione in senso proprio [costituisce] il “principio” (initium) indispensabile, e porta con sé la possibilità di tutti gli sviluppi ulteriori […]» (Iniziazione e realizzazione spirituale, Luni Editrice, Milano 1997, cap. V, «A proposito del ricollegamento iniziatico», p. 35). ] ma non sufficiente, poiché è chiaro che le possibilità aperte con l’iniziazione potranno realizzarsi solo in seguito allo sforzo e al lavoro personale di ciascuno. E questa è, a nostro modo di vedere, la sola possibilità che consenta di superare realmente l’impasse cui accennavamo sopra, avvalendosi dei mezzi simbolici e rituali messi a disposizione di chi sia disposto a considerarli senza pregiudizi, mezzi che, per quanto contingenti, si avrebbe torto a trascurare, essendo tutti destinati in primo luogo a favorire la concentrazione 19 . È chiaro che, finché la tendenza sentimentale sia preponderante e non controllata, tale lavoro risulterà ostacolato, proprio per i motivi che abbiamo indicato sopra. Occorre tenere nel dovuto conto, inoltre, l’importanza del «lavoro collettivo», che può rivelarsi di grande aiuto nel facilitare l’opera di «dominio» sulle proprie «passioni» 20 non è uomo che sia di sé vero e giusto misuratore, tanto la propria caritate ne ’nganna. Onde avviene che ciascuno ha nel suo giudicio le misure del falso mercatante, che vende con l’una e compera con l’altra; e ciascuno con ampia misura cerca lo suo mal fare e con piccola cerca lo bene; sì che ’l numero e la quantità e ’l peso del bene li pare più che se con giusta misura fosse saggiato, e quello del male meno». ] e di «levigatura» dei propri difetti. Così come non vanno minimamente trascurate, sotto questo profilo, le occasioni che non mancano di presentarsi in continuazione nella propria esistenza «quotidiana», purché le si sappia cogliere, mantenendo una costante vigilanza e un’attitudine attiva. Il che, se si pone mente al fatto che la Loggia massonica si estende «da Oriente a Occidente, da Settentrione a Meridione, dal Nadir allo Zenit», non corrisponde forse al fatto che il «campo di applicazione » del lavoro massonico abbraccia l’intero cosmo?

 

D’altro canto, parliamo di «sentimentalità» come di una tendenza 21 suscettibile d’indefinite gradazioni, che può essere più o meno spiccata e connaturata secondo le attitudini individuali, ma pur sempre mescolata ad altre tendenze le quali, benché ancora di ordine individuale, le si sovrappongono. Ciò comporterà, secondo i casi, un lavoro preparatorio più o meno lungo e faticoso 22 . Inutile nascondere che, soprattutto nelle prime fasi, tale lavoro presenta difficoltà tutt’altro che trascurabili; al riguardo R. Guénon proponeva il seguente esercizio: «Chi non sia nemmeno capace di frenare la propria impazienza, come sarebbe in grado di portare a buon fine il benché minimo lavoro di carattere metafisico? Provino costoro, a titolo di semplice esercizio preliminare, da cui non saranno minimamente impegnati, a concentrare la propria attenzione su un’unica idea, di qualsiasi genere, per un mezzo minuto (e non è esigere troppo), e constateranno come non abbiamo avuto torto mettendo in dubbio le loro attitudini» 23 .

 

 

Accennavamo, all’inizio del presente studio, ai rapporti tra la «sentimentalità» e il primo grado dell’iniziazione massonica 24 . È interessante porre in luce, a tale proposito, come già nelle prime fasi del processo iniziatico sia possibile reperire una chiara indicazione circa le tappe del percorso da compiere: se il primo «viaggio» nel Tempio si svolge tra le difficoltà e i tuoni, nel secondo le difficoltà sono minori e i tuoni non si avvertono più. Il terzo «viaggio», infine, si svolge in un ambiente sereno, senza strepiti; in certe Logge si avverte lo spirare del vento, il che allude, a nostro modo di vedere, al conseguimento della «ragione ben diretta» 25 . E tutto questo precede il momento in cui, levata la benda che copre i suoi occhi, all’iniziando è concessa la Luce 26 . Tale successione non esprime forse, nel modo più chiaro possibile, il graduale superamento delle «passioni», il susseguente sviluppo della ragione e, infine, l’intervento dell’intuizione che, sola, consente di «vedere la Luce»? Si osservi inoltre come, in conformità al carattere sintetico dei simboli, tali «viaggi» rappresentino al contempo sia le «prove» che il «profano» è tenuto a superare, le quali costituiscono veri e propri «riti di purificazione», sia la «prefigurazione» del percorso iniziatico che egli dovrà affrontare per pervenire alla «vera Luce». E del resto, tale sequenza per così dire «ascendente» non corrisponde al fatto che il «Tempio» si costruisce iniziando dalle fondamenta sino ad arrivare alla keystone?

 

A questo punto è necessario considerare che, se l’iniziazione assume necessariamente l’essere nello stato in cui è, e se le potenzialità che egli porta in sé dovranno costituire la «materia prima» per la sua «trasformazione» interiore, anche la componente affettiva dovrà essere suscettibile di un’adeguata trasposizione ai fini di tale lavoro, posto che non si tratta affatto di eliminare la sentimentalità, quanto piuttosto di collocarla gerarchicamente al posto che le compete, senza che essa travalichi il suo ambito e interferisca con facoltà più elevate. E così è, in effetti, se si pensa al simbolismo connesso al tema dell’«amore», cui si è accennato diverse volte su questa rivista, per la ragione che «[…] qualsiasi cosa può, secondo la natura degli individui, fornire l’occasione e il punto di partenza per uno sviluppo spirituale, e ciò può essere vero sia di un amore terrestre sia di qualsivoglia altra circostanza […]» 27 [corsivi nostri]. Le parole che abbiamo sottolineato dovrebbero far riflettere sulla leggerezza di chi trascuri o avversi «pregiudizialmente» determinate possibilità, appartenenti alla sfera dell’esistenza individuale, col pretesto che queste sarebbero in contrasto con una malintesa «spiritualità» 28 non è [l’azione] in sé, a costituire un impedimento alla realizzazione, ma l’idea che sono “io” che agisco, e lo sforzo fatto tanto per astenersi dall’azione quanto quello fatto per agire; l’azione compiuta con distacco perfetto non ha influenza sull’essere» (R. Guénon, Studi sull’induismo, Luni Editrice, Milano 1996, p. 180. Recensione a Shrî Ramana Maharshi, Maharshi’s Gospel). ] . È molto più probabile in realtà che, così facendo, s’indulga in una posizione di comodo la quale, se non combattuta, non potrà che divenire via via tanto connaturata da risultare inestirpabile, lasciando così che le preferenze o le «equazioni personali » più strampalate prendano il sopravvento. Detto in altri termini: chi non domini le proprie passioni, ne sarà dominato. Quest’ultima considerazione «misura», a nostro modo di vedere, tutta la distanza che intercorre tra lo sforzo costante teso a «trasformare » gli elementi «dispersi» che rendono «grezza» la propria «pietra» e lo sprofondare passivamente in essi. Ora, solo la prima attitudine consente di porsi in grado di ricondurre ogni cosa ai princìpi, ed è precisamente questo che separa radicalmente il punto di vista «sacro» da quello «profano». Non è questo cui allude in fondo il combattimento espresso dal «grido di guerra» dei Templari, «Viva Dio Santo Amore» 29 di “trasformarli”, riconducendoli all’unità e riassorbendoveli in qualche modo». ] ? E non sarà ancora questo il senso profondo della «fratellanza massonica» 30 ? Oltre a rappresentare il nobile sentimento che lega tra loro gli iniziati, tutt’altro che privo d’importanza, essa non sta forse a indicare, nel suo significato profondo, il «cemento» universale che lega ogni essere al Principio?

  1. Cfr. R. Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, Luni Editrice, Milano 1996, cap. XXXII, «I limiti del mentale».
  2. Cfr. R. Guénon, La Grande Triade, Adelphi, Milano 1980, cap. XII, «Lo zolfo, il mercurio e il sale».
  3. Cfr. R. Guénon, Les Principes du Calcul infinitésimal, Gallimard, Parigi 1946, in particolare il cap. XXII, «Caractère synthétique de l’intégration».
  4. Si veda, su tale questione essenziale, R. Guénon, L’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, Adelphi, Milano 1992, cap. II, «Distinzione fondamentale tra il “Sé” e l’“io”».
  5. Cfr. R. Guénon, Considerazioni, cit., cap. XXVI, «Sulla morte iniziatica».
  6. D. Alighieri, Convivio, Tr. I, cap. IV, 3.
  7. Condizione che non va naturalmente confusa con lo «stato d’infanzia» di cui parla R. Guénon in «El-Faqru», cap. IV di Scritti sull’esoterismo islamico e il Taoismo, Adelphi, Milano 1993.
  8. Osserva al riguardo R. Guénon: «[…
  9. Ibid., p. 72.
  10. D. Alighieri, Convivio, cit., Tr. I, cap. IV, 5. Si osservi che la menzione della «ragione» nei brani che abbiamo riportato può riferirsi a diversi significati gerarchicamente sovrapposti: il primo e più immediato concerne la facoltà razionale in senso proprio, che dovrebbe normalmente «dominare» la sentimentalità e non esserne dominata; il secondo, di ordine più profondo, riguarderà invece la «ragione» in senso superiore, ossia la facoltà intuitiva, il cui «timone» dovrebbe dirigere l’intero essere.
  11. Di quest’ultima, la cosiddetta «intuizione sensibile» rappresenterà una specie di riflesso oscuro e invertito, in maniera del tutto simile alla «specularità» che, nella Commedia dantesca, si stabilisce tra i gironi infernali e i Cieli. Si può qui ricordare, nello stesso ordine d’idee, il motto massonico «edificare Templi alla Virtù, scavare oscure e profonde prigioni al vizio e lavorare al bene e al progresso dell’Umanità».
  12. R. Guénon, La crise du monde moderne, Gallimard, Parigi 1973, p. 51. Al riguardo si veda inoltre, sempre di R. Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Adelphi, Milano 1982, cap. XXXIII, «L’intuizionismo contemporaneo».
  13. Stato di cose il quale, inutile dirlo, è «allestito» ad arte da chi ha interesse a far sì che gli esseri umani divengano sempre più «prigionieri di se stessi», sfruttando e alimentando a dismisura l’influenza della parte istintiva e irrazionale, mirando a far sì che nell’individuo si atrofizzino facoltà di ordine più elevato, a cominciare dalla stessa ragione. Coloro cui alludiamo sono ascrivibili per lo più a due categorie, che del resto si possono mescolare in vari modi: quelli che si affannano a parodiare l’iniziazione, e quelli che cercano di avversarla con ogni mezzo.
  14. R. Guénon fa notare che «il razionalismo, impotente a elevarsi fino alla verità assoluta, lasciava almeno sussistere la verità relativa; l’intuizionismo contemporaneo abbassa questa verità a nulla più che a una rappresentazione della realtà sensibile, o, più precisamente, a una rappresentazione di tutto ciò che la realtà sensibile ha d’inconsistente e d’incessantemente mutevole» (Oriente e Occidente, cit., p. 22).
  15. R. Guénon, La crise du monde moderne, cit., p. 90. Ci paiono notevoli, in questo stesso senso, le parole di Giordano Bruno: «La settima [causa di ottenebrazione della mente, ossia quella di colui che è accecato dal proprio desiderio
  16. Si potrebbe dire che questi si trovi nella condizione descritta da Dante nel seguente modo: «[…
  17. Cfr. R. Guénon, Considerazioni, cit., cap. IV, «Sulle condizioni dell’iniziazione», e cap.XIV, «Sulle qualificazioni iniziatiche».
  18. R. Guénon pone la massima cura nel far notare che «[…
  19. Si veda al riguardo R. Guénon, La Metafisica orientale, Luni Editrice, Milano 1998, p. 29, opera alla quale rimandiamo per gli approfondimenti necessari.
  20. «Vincere le proprie passioni, sottomettere la propria volontà e fare nuovi progressi in Massoneria», recita un rituale massonico. A proposito del «lavoro collettivo» ci sembra assai pertinente il seguente brano, tratto ancora una volta dal Convivio di Dante (Tr. I, cap. II, 8, 9): «[…
  21. Essa, come dicevamo, è anche oltremodo mutevole, ugualmente a tutto ciò che riguarda il dominio della cosiddetta «sensibilità». Al riguardo ci pare interessante riportare il seguito del passaggio di Dante che abbiamo citato in epigrafe, e nel quale Virgilio redarguisce il discepolo: «Vien dietro a me, e lascia dir le genti:/ sta come torre ferma, che non crolla/ già mai la cima per soffiar di venti;/ ché sempre l’omo in cui pensier rampolla / sovra pensier, da sé dilunga il segno, / perché la foga l’un de l’altro insolla» (Purg., V, 13-15). Risulterà del tutto evidente il richiamo alla «concentrazione» e al dominio delle tendenze «centrifughe» della mente.
  22. Si veda R. Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale, cit., cap. XVIII, «Le tre vie e le forme iniziatiche». E, inoltre, L.M., «I tre guna e l’iniziazione», in «La Lettera G» n. 2, Equinozio di Primavera 2005.
  23. R. Guénon, Oriente e Occidente, cit., p. 156.
  24. Si noti che il grado di Apprendista è, pressoché ovunque e correttamente, in corrispondenza con la «Bellezza», il che, se si riflette sulla relativa «esteriorità» di quest’ultima, non è privo di significato rispetto all’argomento che stiamo trattando, così come ci pare degno di nota il rapporto tra l’«età» in primo grado e la «puerizia» cui accenna Dante nei passi che abbiamo riportato sopra.
  25. Tale progressiva diminuzione delle difficoltà trova riscontro, e non poteva essere diversamente, anche nella descrizione che Dante fa della risalita alla montagna del Purgatorio – il cui vertice corrisponde al grado massonico di Maestro –, laddove afferma che «Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento / facea, ma ragionando andavam forte, / sì come nave pinta da buon vento» (Purg. , XXIV, 1-3). Citiamo questo passo, a preferenza di altri, data la menzione del «buon vento», che consente di accostarlo allo spirare del vento citato sopra, il quale rappresenta il «soffio» dello «Spirito».
  26. D’altro canto la benda, se da un lato allude alla condizione di «oscurità» e ignoranza in cui si trova l’aspirante all’iniziazione, dall’altro indica anche la natura «interiore» del lavoro che egli sarà chiamato a compiere.
  27. R. Guénon, Sull’esoterismo cristiano, Luni Editrice, Milano 1995, cap. V, «“Fedeli d’Amore” e “Corti d’Amore”». Si veda anche Iniziazione e realizzazione spirituale, cit., cap. XX, «Guru e upaguru».
  28. L’attitudine più «costruttiva» dovrebbe essere quella, al contrario, d’«integrare» il più possibile, come in un armonioso edificio, ogni aspetto della propria esistenza, in conformità al motto massonico «riunire ciò che è sparso». Del resto, «[…
  29. Cfr. R. Guénon, Sull’esoterismo cristiano, cit, cap. II, «Il linguaggio segreto di Dante e dei “Fedeli d’Amore”», I, p. 57, e Il simbolismo della croce, Luni Editrice, Milano 1998, cap. VIII, «La guerra e la pace», p.70, dal quale traiamo il seguente passaggio: «La “grande guerra santa” è la lotta dell’uomo contro i nemici che egli ha in se stesso, vale a dire contro tutti gli elementi che, il lui, si oppongono all’ordine e all’unità. Non si tratta del resto di annientare questi elementi, i quali, come tutto ciò che esiste, hanno anch’essi la loro ragion d’essere e il loro posto nell’insieme; si tratta invece […
  30. Cfr. F. Peregrino, «Sulla fratellanza», in «La Lettera G» n. 1, Equinozio d’Autunno 2004.