Nei nostri contemporanei, adulti, è generalmente indebolita, se non del tutto atrofizzata, quella curiosità naturale che i bambini manifestano durante i primi anni di vita, quando con le loro insistenti domande cercano di «darsi una ragione» del mondo che li circonda 1 . In questo articolo non vogliamo cercarne i motivi bensì esaminare qualche conseguenza per chi aspira a intraprendere un percorso iniziatico, come quello massonico, o per chi, dopo avervi avuto accesso, si trova in una «fase di stallo».

 

Intendiamo infatti considerare brevemente la situazione di chi tende ad agire per pura abitudine, o per «conformismo», o per timore di «urtare l’opinione altrui»; e quella di chi rifugge istintivamente dal confronto, ostentando il distacco di colui che sa ma non intende dimostrarlo, ed è in realtà inconsapevolmente timoroso di rivelare, agli altri e a se stesso, superficialità o incompetenza. Tali atteggiamenti sono spia di una diffusa attitudine definibile con la parola «passività». E chi ne è vittima tende a rinchiudersi sempre più nel suo «piccolo guscio», formato dai «sedimenti» delle consuetudini e delle credenze; a «lasciarsi vivere», senza poter fare alcun progresso nella conoscenza di se stesso.

 

Occorre reagire finché si è in tempo a questo modo di essere, ma ciò è possibile solo se a priori si ha la capacità di accorgersene e la determinazione di cambiare. Chissà quanti ascoltano e ripetono da anni le frasi dei rituali, e partecipano ai riti in Loggia, senza mai interrogarsi sul loro significato più profondo, o addirittura senza sospettarne l’esistenza al di là del senso letterale. E chissà quanti accaniti lettori di testi iniziatici, o supposti tali, ripetono le parole che, per una sorta di attrazione di natura sentimentale, più li hanno colpiti, senza mai essersi chiesti cosa avesse veramente in mente il loro autore, né a quale scopo intendesse usarle. E, lo ripetiamo, senza supporre che tali «sintomi» siano altrettante manifestazioni di una loro tendenza alla passività, e quindi della mancanza della volontà di cambiare davvero; perché è questo, ci pare, il punto essenziale: come ogni tendenza individualistica, anche quella alla passività difende se stessa da tutto quello che può nuocerle, sicché colui in cui essa prevale è l’ultimo ad accorgersene.

 

Nello studio «Sulla regolarità iniziatica», René Guénon osserva che il ricollegamento iniziatico può essere rappresentato sia come una «seconda nascita» sia come una «rigenerazione», e prosegue dicendo: «“seconda nascita”, perché apre all’essere un mondo diverso da quello nel quale si esercita l’attività della sua modalità corporea, mondo che sarà per lui il campo di sviluppo di possibilità d’un ordine superiore; “rigenerazione”, perché ristabilisce in tal modo quest’essere in prerogative che erano naturali e normali nelle prime epoche dell’umanità» 2 (i corsivi sono nostri). In virtù della «legge di corrispondenza» per cui tutti i piani dell’Esistenza universale sono collegati tra di loro – e quindi le realtà di un piano inferiore possono rappresentare quelle di uno superiore – i simboli sono strumenti validissimi per stabilire un collegamento tra il mondo in cui si esercita l’attività della modalità corporea e un mondo diverso; e a maggior ragione i riti, il cui scopo è, precisamente, di «mettere in azione» tale collegamento. Pertanto riti e simboli concorrono insieme a ristabilire l’iniziato nelle disposizioni di colui che fruisce delle prerogative naturali e normali a cui allude R. Guénon, vale a dire a restaurare il suo essere nello spirito proprio allo «stato primordiale». È però necessario che il rito sia intelligibile, e che gli elementi che lo compongono siano coerenti, e tra di loro e con l’«ordine» che devono rappresentare. Poiché il processo di comprensione inizia sul piano razionale, se vi è confusione a questo livello difficilmente il rito potrà aiutare a cogliere il legame diretto che stabilisce l’intuizione intellettuale, e che «apre» a un mondo diverso e allo sviluppo di possibilità d’un ordine superiore.

 

A ben riflettere, le «prime epoche dell’umanità» di cui scrive R. Guénon sono ripristinabili in ogni luogo e tempo, tramite il ricollegamento iniziatico regolare, il lavoro rituale e quello interiore, poiché la «prima epoca dell’umanità», lo «stato primordiale», è atemporale 3 e il «ritorno» a esso può essere rappresentato simbolicamente dal processo di ritorno alle origini dell’umanità 4 . Si capisce, allora, l’importanza che hanno i riti nella vita tradizionale e quella che la Massoneria attribuisce ai lavori rituali. Tuttavia, se il rituale permette di ristabilire l’«ordine» nel caos del modo di vita profano, per poter beneficiare realmente della sua efficacia è necessario «interiorizzarlo», cioè non subirlo in modo passivo ma farlo agire interiormente in se stessi. Tale necessità di «concretizzare» quel che il rito trasmette non esclude l’importanza relativa delle incidenze d’ordine sentimentale o emotivo che possono prodursi sui partecipanti, ma evita che tali incidenze, o influenze, abbiano il sopravvento sull’essenziale, e non si esauriscano nell’attesa di qualche «fenomeno» in arrivo da chissà dove; esse devono invece essere il punto di partenza di un processo da perseguire con un atteggiamento attivo e rivolto alla comprensione intellettuale, cioè spirituale, che il rito permette 5 .

 

Nonostante il formidabile aiuto offerto dagli strumenti di cui ci siamo occupati, l’apertura a un mondo diverso e a un campo di sviluppo di possibilità d’un ordine superiore è molto difficile da ottenere effettivamente. Per capire cosa la rende tale può essere utile leggere, o rileggere, un testo quale La crisi del mondo moderno di Guénon, avendo costantemente cura di stabilire un parallelismo fra i «nemici» dello spirito tradizionale, di cui tratta l’autore in tale opera, e i nemici di cui parla in un’altra occasione: quelli che l’uomo «porta in sé, vale a dire […] tutti gli elementi che, in lui, sono contrari all’ordine e all’unità» 6 . Si può trarre un altro «aiuto» dall’opera dello stesso autore, nell’articolo «La consuetudine contro la tradizione», dove evidenzia che la «passività» nel subire le «consuetudini» del tutto profane, in ogni tempo e luogo, porta a una «vera e propria atrofia intellettuale» e quindi avverte che «Coloro, i quali sono dominati da simili preoccupazioni, […], sono […] manifestamente incapaci di concepire qualsiasi realtà di ordine profondo: tra queste cose vi è un’incompatibilità talmente evidente che è inutile insistervi oltre, ed è altrettanto chiaro che, per questa ragione, essi si trovano chiusi nel cerchio della “vita ordinaria”, costituita appunto da uno spesso tessuto di apparenze esteriori, quelle stesse su cui sono stati “esercitati” a impiegare esclusivamente ogni loro attività mentale. Si può dire che per essi il mondo ha perduto ogni “trasparenza” 7 perché non vedono in esso più nulla che sia segno o espressione di verità superiori». E poco oltre: «Si può dire che il rispetto della consuetudine come tale non è in fondo nient’altro che il rispetto della stupidità umana» 8 .

 

Ogni persona è in vario grado influenzata dal timore di lasciare il «se stesso», che crede di conoscere, per qualcos’altro che ignora, timore rafforzato dalla presenza di una sentimentalità poco e male padroneggiata. Il «rispetto della consuetudine» – che va inteso anzitutto riguardo ai nostri comportamenti ordinari –, e che «non è in fondo nient’altro che il rispetto della stupidità umana», ne è una logica conseguenza; e quando tale timore è preponderante rende inadatti a qualunque via iniziatica. Ma in tutti gli altri casi, quando esso non sia così netto e incontrastabile, è possibile reagire per liberarsi dal suo «morso soffocante».

 

Questa reazione deve ricorrere a elementi attualmente adeguati a tale natura, affinché abbia carattere preparatorio sia all’accesso a un percorso iniziatico sia alla «caduta della benda» per chi è già stato ricevuto in un’organizzazione iniziatica regolare. Non è allora utile, e attualizzabile operativamente con metodo e con costanza, sforzarsi di ripristinare in se stessi, per poi orientare opportunamente, la fanciullesca curiosità che un tempo ci stimolava senza sosta a porre domande, per evitare di comportarci come quel cavaliere che, una volta giunto davanti al Graal, «se ne andò coperto d’infamia» per non aver trovato la forza di domandare: Perché? 9

  1. Curiosità che non si dissolve alle prime frettolose e superficiali risposte, ed è perciò un’immagine efficace di quell’atteggiamento interiore dell’iniziato che lo porta a non dare mai nulla per scontato, ciò che nel Buddhismo Zen è chiamato «Grande dubbio».
  2. R. Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, Luni Editrice, p. 39.
  3. Come il numero «uno» non è compreso nella serie numerica essendone l’origine, e formandola tutta con la sola ripetizione di sé medesimo, così lo stato primordiale, essendo all’origine del tempo, è extra temporale.
  4. Diciamo «simbolicamente» in quanto la rappresentazione di uno stato primordiale, dal quale l’umanità si allontana sempre più nel corso del suo procedere, non esclude che esso sia, in realtà, sempre «attuale» e quindi attualizzabile istantaneamente nell’«eterno presente». D’altronde R. Guénon osservava (in La metafisica orientale, Luni Editrice, p. 33): «colui che non può uscire dal punto di vista della successione temporale e vedere ogni cosa in modo simultaneo, è incapace della minima concezione di ordine metafisico. La prima cosa da fare per chi voglia pervenire veramente alla conoscenza metafisica, è di porsi fuori del tempo, diremmo volentieri nel “non tempo”» .
  5. Il rito può essere vissuto passivamente, il che equivale a dire «non vissuto» o «vissuto inutilmente», specie se, in seguito a rimaneggiamenti vari o all’estro di qualche «trasmettitore», l’introduzione di elementi moraleggianti influisce pesantemente sulla sua intelligibilità, o se, peggio ancora, vi siano interventi di tipo occultista o «magico».
  6. R. Guénon, Il simbolismo della Croce, Luni Editrice, cap. VIII, «La guerra e la pace», p. 70.
  7. Questa parola può richiamare alla mente l’immagine di una vetrina, e può essere in relazione con ciò che Guénon ha scritto sull’exoterismo e sulla sua necessità.
  8. R. Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale, Luni Editrice, pp. 31-32.
  9. Nella tradizione Indù, lo stato di bâlya, parola che specifica uno stato paragonabile a quello di un ragazzo, indica anche il ritorno allo «stato primordiale» e precede lo stato di pânditya, vale a dire del «sapere» (cfr. R. Guénon, L’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, Adelphi, p. 156.