Il tema del «viaggio iniziatico» è altrettanto ampio quanto quello della «via iniziatica», essendo l’uno e l’altra, in realtà, una sola e identica cosa vista da prospettive differenti. Nell’abbordare questo argomento rinunciamo quindi da subito e di buon grado a ogni pretesa di sistematicità e completezza, in generale comunque poco consone a questioni di carattere esoterico, ritenendo più utile limitarci a sviluppare qualche breve considerazione di carattere rituale sul tema del viaggio nella Libera Muratoria. La prima e più immediata associazione è quella che riguarda le «prove» contenute nei rituali d’iniziazione al grado di Apprendista, attraverso le quali il recipiendario viene purificato per mezzo di Terra, Aria, Acqua e Fuoco prima di giungere al momento del Fiat Lux che sancirà il suo passaggio «dalle tenebre alla luce» 1 .

(Nota Introduttiva)

 

Il testo di Denys Roman su «Euclide, allievo di Abramo» presenta un aspetto fondamentale della «leggenda del Mestiere» 1 . Tenuta in grande considerazione dai nostri Antenati, tale leggenda è stata integrata nella maggioranza dei manoscritti chiamati Old Charges o «Antichi Doveri»; i Massoni operativi rilevavano in essa, simbolicamente, non soltanto la storia tradizionale, la quale – com’è noto – permette d’intravedere le «origini» della Massoneria, ma anche l’eccellenza dell’Arte Reale, in quella particolare espressione della costruzione universale che è la Geometria.

«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia», disse ’l maestro, «che l’andare allenti? che ti fa ciò che quivi si pispiglia?»

Dante, Purg., V, 10-12.

 

Prima di addentrarci nell’argomento che ci proponiamo di affrontare, ci pare opportuno rilevare come il presente studio e i due successivi – «Lo sviluppo della ragione» e «L’intuizione intellettuale» – formino un insieme che presenta diretti rapporti con le fasi stesse del processo iniziatico, il quale, com’è noto, procede metodicamente per gradi successivi dall’«esterno» verso l’«interno». Dev’essere inteso, del resto, che le considerazioni che seguono, dato l’oggetto eminentemente sintetico cui si applicano, non possono avere carattere sistematico 1 . E ciò in conformità all’insegnamento muratorio, secondo il quale la Massoneria non pone «alcun limite alla ricerca della verità», per la buona ragione che questa non ha limiti. Non è difficile rendersi conto, d’altra parte, che tale «tripartizione» è riferibile ai primi tre gradi dell’iniziazione massonica: in effetti, essi corrispondono – almeno da un certo punto di vista – alla sgrossatura della «pietra grezza», alla sua successiva levigatura sino a ottenere la «pietra cubica» perfettamente squadrata, e alla finale sovrapposizione a quest’ultima del «coronamento», che rappresenta il compimento dell’«opera» e il vero «capolavoro», ossia la «pietra cubica a punta» 2 .

(Nota Introduttiva)

 

Il testo di Denys Roman, che presentiamo in un ampio estratto ai nostri lettori di lingua italiana, è apparso per la prima volta nel 1967, nei numeri 401 e 402-403 della rivista «Études Traditionnelles»; rivisto dall’autore, esso è divenuto il settimo capitolo del suo libro Réflexions d’un chrétien sur la Franc-Maçonnerie: l’Arche vivante des Symboles, pubblicato postumo, nel 1995, dalle Éditions Traditionnelles. L’occasione per le riflessioni di D. Roman è da ricercarsi negli scritti di Jean-Pierre Berger pubblicati sulla rivista «Le Symbolisme» e, in particolare, nell’articolo apparso sul numero di gennaio-marzo 1967 intitolato «Ce G, qui désigne-t-il?». Dopo avere tradotto e commentato alcuni Old Charges, infatti, J.-P. Berger aveva intrapreso lo sviluppo di qualche aspetto del simbolismo veicolato nei diversi rituali massonici, rapportandosi con quanto esposto in proposito da René Guénon, ma scostandosene su diversi punti: per esempio, rifiutando l’equivalenza simbolica tra lo iod e la lettera G affermata da R. Guénon, e rimproverando a quest’ultimo, soprattutto, l’aver considerato come una «fonte» la corrispondenza di Clement Stretton.

Dicol, signori, a voi saggi e coverti
però che m’intendete…

Francesco da Barberino

1. Il carattere generale dell’opera e i «mottetti oscuri»

 

Mi preme accennare brevemente a un’opera importantissima per la nostra tesi e che può considerarsi come il grande manuale della setta dei «Fedeli d’Amore»: intendo parlare dei Documenti d’Amore di Francesco da Barberino. Questo grosso complicatissimo e stranissimo libro, nel quale le idee spesso confuse e artatamente involute della poesia vengono a essere anche più contorte e involute per l’aggiungersi dello strano e complicatissimo commento latino, rivela definitivamente il suo carattere iniziatico e settario nelle illustrazioni che, essendo evidentemente simboliche, molte volte esprimono cose che con le parole del testo e del commento non hanno nulla a che vedere.